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Il tema della meritocrazia. Ma lo conosciamo davvero bene?
La meritocrazia in teoria e' come il salto con l'asta, dove
tutti si allenano e concorrono per saltare sempre più in
alto ed alla fine vince chi effettivamente salta più in alto
di tutti. Bene, nell'Italia che abbiamo sotto i nostri
occhi, la meritocrazia non sempre esiste. Noi italiani ci
siamo lentamente creati un sistema che mantiene
artificialmente bassa l'asticella (molti chiamano questo
sistema, assistenzialismo clientelare). Di questo passo non
ci sarà più un italiano in grado di imporsi in gare
internazionali, di fare un record mondiale, di concorrere
per un posto sul podio. E di esempi reali, al di là del
salto con l'asta, ne abbiamo tantissimi. Non diciamo infatti
nulla di nuovo quando affermiamo che l'Italia attuale non
sempre premia i
migliori, i più costanti, non fa della meritocrazia un
valore, non motiva i giovani a vincere, basandosi solo sulle
proprie forze e sulle proprie capacità e quindi partendo da
questa breve prima analisi si arriva facilmente a una
conclusione:
"Inutile impegnarsi più di tanto in quanto si attuerebbe
fondamentalmente un dispendio gratuito di energie proprie a
favore e per il tornaconto spesso egoistico di altri".
Infatti quando ci si trova dinnanzi a tale conclusione, si è
già nella fase dello scoraggiamento e del disimpegno ed ecco
che a quel punto ne scaturiscono parecchi parametri negativi
e cioè scarso successo e sviluppo di un team di studio o di
un gruppo professionale-produttivo nel caso di attività
economiche... Insomma i tutto si potrebbe paragonare ad una
ciurma disorientata all'arrembaggio.
Cosa
vuole essere la meritocrazia?
E'
semplice: creare un sistema che premi chi vale davvero,
instaurando un circolo virtuoso di emulazione tra pari
mantenendo come punto di partenza una base incentivante
per tutti, da dove poter costruire senza antagonismi
esibisionistici o atteggiamenti ineducati e spesso
inopportuni e comunque del tutto improduttivi sotto ogni
profilo analitico del caso.
L'importanza
della solidarietà e della meritocrazia:
ILo scopo
di questa lettura non è soltanto quello di analizzare
utopisticamente i vari eventi appena descritti ma quello di
cercare di costruire sul serio un impegno migliore nel senso
di più solidale della parola quindi più giusto e più
produttivo per tutti, infatti essendo in tanti a partecipare
a questa gara, è giusto far sì che tutti ne siano ben
convolti e ben incoraggiati.
La solidarietà che consisterebbe nell'attitudine ad
incoraggiarsi a vicenda, a sostenersi e ad aiutarsi, a
prescindere dal punto di vista etico-etnico-culturale (e che
comunque anch'esso svolge un ruolo determinante), è un
fattore importantissimo per lo sviluppo e il successo di un
gruppo di uomini coinvolti in una missione comune (i famosi
valori comuni che noi tutti conosciamo) e da quì scaturisce
il famoso detto: "Tenere alto il morale delle truppe fa
si che si possa vincere la guerra".
Esiste anche e soprattutto un vantaggio economico in tal
senso, perchè in una società solidale in cui, coloro che si
trovano in situazioni di difficoltà, vengono aiutati da
coloro che hanno una situazione più forte, ogni individuo ha
una sicurezza maggiore, perché sa che se dovesse in futuro
avere dei problemi, gli altri consociati correrebbero in suo
aiuto.
Questo esempio lampante di grande successo, il più
importante della storia, lo stiamo vedendo tutti con
"l'Internet" che piace a tutti perchè a tutti da possibilità
di ottenere qualcosa, in piena libertà di scelta, ecco
infatti il motivo inappellabile del suo schiacciante
successo nel mondo!
Dare giusto valore anche alla
ricerca, studio e alla cultura è altrettanto importante,
perché soltanto la cultura può rendere davvero liberi dalle
prigionie dell'ignoranza e della prepotenza e la libertà può
essere considerata anche come la possibilità di scegliere
tra più alternative possibili; ma chi non è in grado, a
(causa della propria ignoranza o pigrizia), di conoscere
quali siano le proprie alternative, allora difficilmente
potrà essere libero di scegliere.
Per questo è molto importante incentivare la cultura, la
conoscenza e l'impegno professionale che ne scaturisce, se
si vuole una società più libera e più sana, in cui nessuno
abbia il potere di condizionare gli altri, bloccando in tal
senso, il progresso sociale (e facciamo attenzione gli altri
potrebbero essere i figli di ogniuno di noi o noi stessi).
Chi ha maggiori capacità deve occupare un ruolo direttivo,
un ruolo trainante, e/o comunque appagante in modo tale che
la società possa produrre una ricchezza maggiore, da
re-distribuire anche tra coloro che non hanno le capacità o
le competenze per poterlo fare (John Rawls).
Se non sono i migliori a fare le scelte strategiche per
tutto il sistema economico, esso produrrà di meno e ci sarà
meno
successo, meno strategia e meno ricchezza per tutti. E'
quindi importante incentivare aznche l'acquisizione di
competenze, premiare coloro che hanno le capacità e la
voglia di impegnarsi sia nello studio che nei percorsi
professionali ma se questi individui non vengono mai
premiati, incoraggiati e appagati, in futuro, saranno meno
numerosi coloro che si cimenteranno in percorsi difficili,
le nostre risorse intellettuali diminuiranno e la ricchezza
economico-sociale con esse. Infatti da quì si spiega
il perchè delle fughe di cervelli dall'Italia, verso
l'estero e anche quì di esempi inappellabili ne abbiamo
davvero tanti....
Certamente anche voi leggendo questo testo, avrete in mente
tanti altri esempi che dimostrino quanto poco meritocratica
sia l'Italia ma è giusto sottolineare quanto l'ideologia del
liberalismo e basta, predichi la piena competizione degli
individui e quindi è l'unica vera filosofia ad accettare e
far propria la meritocrazia.
Perché? Perché la meritocrazia è figlia diretta della
libertà personale e di un sano ambiente competitivo. Essa è
il cuore dello sviluppo economico di una nazione e dei suoi
cittadini e non difendere o non lottare per un Paese
meritocratico sul serio significa non difendere o non
lottare per il benessere della nazione, il benessere della
società e il proprio benessere.
Solo la Meritocrazia rende davvero competitivi senza ogni
dubbio. L'europa e il mondo intero avanzano e noi non
possiamo permetterci di non farne parte....
E allora perché
in Italia non c'è meritocrazia?
Bene, per concludere
occorrerebbe fare una riflessione sul concetto di
meritocrazia e sulla sua assenza in Italia.
Nessuna scuderia crescerebbe brocchi per vederli perdere
sistematicamente nelle gare contro i purosangue.
Paradossalmente, il principale effetto negativo deriva dal
fatto che ci si ostini a negarlo, crescendo milioni di
giovani
nell'illusione di potersi fare strada sulla base dei loro
meriti e offrendogli poi l'alternativa fra una vita da
frustrati- debosciati in Italia oppure l'emigrazione a
sorpresa. In ogni caso quest'ultima scelta sottrae comunque
sviluppo e benessere alla società e ai suoi sistemi
collettivi e individuali
Ecco perchè il segreto del successo in ogni settore è
strettamente legato alla sana gestione e cura delle risorse
umane pertanto ignorare o raggirare queste dottrine
scentifiche fin'ora trattate può rappresentare un serio
danno socio-economico al sistema.
Per
chi vuole informazioni su John Rawls:
L'americano John Rawls è
unanimemente considerato uno dei più influenti filosofi
politici del Novecento. Anche i suoi più strenui oppositori
lo ammettono, come, ad esempio, Robert Nozick, il quale ha
affermato che coloro che si occupano di questi temi o devono
lavorare con Rawls o devono spiegare perché non farlo. E
Amartya Sen giunge a considerare la teoria della giustizia
rawlsiana " di gran lunga la più influente - e più
importante - che sia stata presentata in questo secolo ".
Nato a Baltimora nel 1921, John Rawls ha studiato a
Princeton e a Oxford e ha insegnato nella prestigiosa
Università di Harvard. I suoi scritti principali sono: "Una
teoria della giustizia" (1971) e "Liberalismo politico"
(1993). La giustizia è per Rawls " il primo requisito delle
istituzioni sociali ", così come la verità lo è dei sistemi
di pensiero. Come una teoria, egli argomenta, deve essere
abbandonata o modificata se non risulta vera, così le leggi
e le istituzioni devono essere abolite o riformate se sono
ingiuste, anche se fornissero un certo grado di benessere
alla società nel suo complesso, in quanto " ogni persona
possiede un'inviolabilità fondata sulla giustizia su cui
neppure il benessere della società nel suo complesso può
prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la
perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata
da
maggiori benefici goduti da altri " ("Una teoria della
giustizia"). Già in queste battute iniziali è possibile
individuare la posizione dell'autore, nettamente contraria
all'utilitarismo, disposto a sacrificare gli interessi degli
individui sull'altare della Società, come Rawls stesso
afferma chiaramente nella critica all'utilitarismo classico
contenuta nel suo testo. Il ruolo della giustizia così
configurato non consente, secondo Rawls, che possa definirsi
giusta una società che pensi di poter controbilanciare i
sacrifici imposti a pochi con una maggiore quantità di
vantaggi goduti da molti. In una società giusta si
devono dare per scontate " eguali libertà di cittadinanza ".
Ad avviso di Rawls, l'eguaglianza nel godimento delle
libertà
fondamentali è un diritto assoluto, che non ammette
eccezioni nè compromessi. L'unico caso in cui sia
tollerabile un'ingiustizia perpetuata ai danni della libertà
è quello in cui si è costretti ad evitare un'ingiustizia
ancora maggiore come, ad esempio, nel caso desunto dalla
storia antica in cui rendere schiavo il prigioniero di
guerra (privandolo della libertà personale) rappresenta un
passo avanti rispetto all'usanza di ucciderlo. Dopo aver
chiarito queste posizioni di fondo sulla giustizia (e sul
primato della libertà individuale), si pone, tuttavia, il
problema di fondare su basi razionali alcuni essenziali
criteri di giustizia che possano valere per tutti gli
uomini, intesi kantianamente come esseri razionali
interessati a cooperare tra loro. Si tratta di arrivare a
delineare alcuni princìpi di giustizia, razionalmente
condivisi da tutti i membri della società, sulla
cui base, poi, decidere circa le pretese di accesso ai beni
primari da parte dei singoli. Rawls si rende conto che gli
individui di una società hanno obiettivi e fini diversi; ma
proprio per questo ritiene necessario che gli uomini
raggiungano un comune accordo sui criteri della equa
distribuzione dei beni essenziali. In altre parole, è
necessario stabilire in via preliminare una " pubblica
concezione di giustizia ", che formi " lo statuto
fondamentale di un'associazione umana bene-ordinata ". Da
questo punto di vista ben si capisce come mai Rawls insista
tanto nel ritenere che l'idea più importante della società
non sia quella di "bene", ma quella di "giusto". Anzi, egli
sostiene che una società si dirà "bene-ordinata" non solo se
tende a promuovere il benessere dei suoi membri, ma se è
anche regolata da una concezione pubblica della giustizia,
che richiede due condizioni:
a) che ogni individuo accetti e sappia che gli altri
accettano i medesimi princìpi di giustizia; b) che le
istituzioni fondamentali soddisfino in modo riconosciuto
tali princìpi. In mancanza di un accordo tra i membri di una
società su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, osserva
Rawls, risulta più difficile stabilire legami vantaggiosi di
convivenza civile, in quanto diventano dominanti il sospetto
e l'ostilità. II problema che ora si pone è quello di
giustificare razionalmente le regole di giustizia da far
valere all'interno delle moderne democrazie o, come
preferisce l'autore, delle società bene-ordinate. Rawls ha
avuto il merito di mettere in scena (nel senso teatrale
dell'espressione) nel suo libro il contesto in cui vengono
scelte le regole fondamentali del gioco sociale. Parte del
successo della sua opera, come è stato osservato da alcuni
critici, può ascriversi proprio al suddetto procedimento di
rappresentazione, che colpisce e affascina la fantasia del
lettore. Rawls immagina una situazione iniziale ( original
position ) in cui i singoli individui scelgono i princìpi di
giustizia in condizione di assoluta
eguaglianza, in quanto sono privi di un certo numero di
informazioni relative alla propria condizione futura nella
società. La scelta viene, cioè, effettuata sotto " un velo
di ignoranza " ( veil of ignorance ). Infatti, nota Rawls,
coloro che fossero a conoscenza di essere ricchi potrebbero
considerare ingiuste eventuali imposte a scopo
assistenziale, mentre coloro che fossero a conoscenza del
loro stato di povertà sarebbero molto probabilmente a favore
di quelle stesse imposte. Il "velo di ignoranza" ha il
compito di escludere la conoscenza di quei fattori
contingenti che porrebbero gli uomini in conflitto tra loro,
rendendo impossibile qualsiasi accordo sui princìpi di
giustizia. Il "velo di ignoranza" rende eguali le parti
nella posizione originaria: infatti, tutti hanno gli stessi
diritti nella procedura di scelta dei princìpi e ognuno può
avanzare proposte razionali da
sottoporre al giudizio e all'accordo altrui. Le parti
vengono, dunque, presentate come razionali e reciprocamente
disinteressate, in quanto nessuno può pensare di
avvantaggiarsi dalla scelta di taluni criteri. I princìpi di
giustizia che ne scaturiscono sono il risultato di un
accordo equo, proprio perché conseguito in una condizione
iniziale equa. In questo senso la teoria rawlsiana può
legittimamente definirsi "una teoria della giustizia come
equità ". Giustizia come equità significa che i princìpi di
giustizia sono appunto quelli che le persone razionali,
preoccupate della propria sorte, sceglierebbero in
condizione di eguaglianza iniziale, qualora cioè nessuno
fosse manifestamente avvantaggiato o svantaggiato da
contingenze sociali o naturali (velo d'ignoranza). Rawls
attribuisce a Kant l'ispirazione della sua teoria. Come
l'etica kantiana è sostanzialmente incentrata sulla scelta
autonoma di persone razionali, libere ed eguali, così quella
di Rawls, grazie al velo di ignoranza, fa discendere la
giustizia dall'accordo di persone libere e indipendenti, in
quanto non determinate da motivi egoistici e contingenti. Si
tratta di un'etica dell'autonomia, che esclude ogni
eteronomia morale, come chiaramente dice Rawls nel seguente
brano:
" Credo che Kant abbia sostenuto che una persona agisce
autonomamente quando i princìpi della sua azione sono scelti
da lui come l'espressione più adeguata possibile della sua
natura di essere razionale libero ed eguale. I princìpi in
base ai quali agisce non vanno adottati a causa della sua
posizione sociale o delle sue doti naturali, o in funzione
del particolare tipo di società in cui vive, o di ciò che
gli capita di volere. Agire in base a questi princìpi
significherebbe agire in modo eteronomo.
Il velo di ignoranza priva le persone nella posizione
originaria delle conoscenze che le metterebbero in grado di
scegliere
princìpi eteronomi. Le parti giungono insieme alla loro
scelta, in quanto persone razionali libere ed eguali,
conoscendo solo quelle circostanze che fanno sorgere il
bisogno di princìpi di giustizia ".
Inoltre, approfondendo il rapporto con Kant, Rawls proclama
che i princìpi di giustizia sono da considerarsi come
imperativi categorici" nel senso kantiano. Infatti, con
"imperativo categorico" Kant intende quel principio di
condotta morale che si addice a una persona in virtù della
sua natura di essere razionale, libero ed eguale. In altri
termini, l'imperativo morale kantiano è categorico proprio
perché prescinde da scopi o desideri particolari. Al
contrario, un imperativo è ipotetico in quanto ci indirizza
a fare certe mosse in vista di certi fini specifici: " agire
a partire dai princìpi di giustizia significa agire a
partire da imperativi categorici, nel senso che essi si
applicano al nostro caso indipendentemente dai nostri scopi
particolari
". A questo punto i riferimenti teorici di Rawls sono
chiari: abbandonata la tradizione utilitarista, dominante
nell'area
anglo-americana, egli si riallaccia, anche se in termini
nuovi, al contrattualismo che aveva trovato in Kant il suo
momento più alto: " è mio scopo presentare una concezione
della giustizia che generalizza e porta a un più alto
livello di astrazione la nota teoria del contratto sociale,
quale si trova ad esempio in Locke, Rousseau e Kant ". C'è,
però, da osservare che il neo-contrattualismo di Rawls si
differenzia dal contrattualismo classico in un punto
fondamentale: il contratto sociale di Hobbes, Locke,
Rousseau, Kant aveva come fine quello di giustificare
razionalmente il potere dello Stato, cioè quel potere che
non ammette al di sopra di sé altro potere, non quello di
proporre un modello di società giusta, che è al contrario lo
scopo della teoria di Rawls. Definito il contesto ideale in
cui gli esseri umani dotati di ragione e di senso morale
potrebbero accordarsi sulla scelta equa dei princìpi di
giustizia, Rawls procede a indicare in concreto tali
princìpi. Naturalmente, si tratta pur sempre di una scelta
etica, che ha il compito di prospettare solo alla lontana
una determinata società politica. In altri termini, i
princìpi di giustizia che stiamo per tratteggiare non vanno
intesi come norme di comportamento pratico: essi sono
dei criteri orientativi di carattere etico, bisognosi di
essere ulteriormente tradotti in termini di prassi politica
e istituzionale, una volta che gli uomini abbandonino la
condizione originaria e il velo di ignoranza. Il primo
principio afferma che ogni persona ha un eguale diritto al
più esteso sistema di libertà fondamentali , compatibilmente
con un simile sistema di libertà per tutti gli altri. Il
secondo principio sostiene che le ineguaglianze economiche e
sociali, ad esempio nella distribuzione del potere e della
ricchezza, sono giuste soltanto se producono benefici
compensativi per ognuno (in particolare per i membri meno
avvantaggiati della società) e se sono collegate a cariche e
posizioni aperte a tutti. Rawls ha dato varie formulazioni
dei due princìpi, ma l'aspetto più importante e comune a
tutte è il fatto che la scelta deve prescindere da intenti
particolaristici (pensare a se stessi) o utilitaristici
(pensare alla maggioranza), e deve invece essere compiuta in
nome dell'universalità della
natura umana. In questo senso, non è ammissibile che "
alcuni abbiano meno affinchè altri prosperino "; ciò può
essere utile, ma non è giusto (è questo il succo della
critica rawlsiana all'utilitarismo). Invece, " i maggiori
benefici ottenuti da pochi non costituiscono un'ingiustizia,
a condizione che anche la situazione delle persone meno
fortunate migliori in questo modo ". La libertà è da Rawls
considerata come il primo e fondamentale principio di
giustizia: essa deve essere goduta in modo eguale
da tutti. Spingendo più nei particolari l'analisi, Rawls
articola varie tipologie di libertà fondamentali:
a) la libertà politica: diritto di voto, attivo e passivo;
b) la libertà di parola e di riunione;
c) la libertà di pensiero;
d) la libertà personale e quella di possedere la proprietà
privata;
e) la libertà dall'arresto e dalla detenzione arbitrari.
Queste libertà sono prioritarie rispetto al secondo
principio di giustizia che, come abbiamo detto, afferma
l'equa
distribuzione del reddito e la pari opportunità di accesso
alle cariche pubbliche. Tutti i valori sociali - libertà e
opportunità,
ricchezza e reddito, e le basi del rispetto di sé - devono
essere distribuiti in modo eguale a meno che una
distribuzione ineguale, di uno o di tutti questi valori, non
vada a vantaggio di ciascuno. L'ingiustizia, quindi,
coincide semplicemente con le ineguaglianze che non vanno a
beneficio di tutti. Rawls ha dedicato maggiore spazio
all'analisi e alla spiegazione del secondo principio di
giustizia, che risulta effettivamente il più difficile da
definire (chi sono, ad esempio, i "meno avvantaggiati"?).
Egli reputa naturale l'esistenza all'interno delle società
di gruppi meno favoriti (e ritiene, quindi, che ciò non
costituisca ingiustizia); pensa, però, che occorra una
"riparazione" verso i meno fortunati da parte della società
giusta. Le società aristocratiche, egli osserva, sono
ingiuste perché assumono le ineguaglianze naturali come una
condizione necessaria ed eterna sulla cui base le persone
vengono ingabbiate in caste chiuse. Una società giusta, al
contrario, deve
praticare il "principio di riparazione" secondo il quale se
" si vuole assicurare a tutti un'effettiva eguaglianza di
opportunità, la società deve prestare maggiore attenzione a
coloro che sono nati con meno doti o in posizioni sociali
meno favorevoli.
L'idea è quella di riparare i torti dovuti al caso, in
direzione dell'eguaglianza. Per ottenere questo obiettivo
dovrebbero
essere impiegate maggiori risorse nell'educazione dei meno
intelligenti invece che in quella dei più dotati, almeno in
un
determinato periodo della vita, quello dei primi anni di
scuola ". In termini più generali, Rawls adotta come
elemento cardine della sua teoria della giustizia il
cosiddetto " principio di differenza ", che egli collega
all'idea di fratellanza (contenuta nella celebre
rivendicazione dei rivoluzionari francesi del 1789, insieme
alla libertà e all'eguaglianza). " Il principio di
differenza sembra corrispondere al significato naturale
della fraternità; cioè, all'idea di non desiderare maggiori
vantaggi, a meno che ciò non vada a beneficio di quelli che
stanno meno bene. La famiglia, in termini ideali, ma spesso
anche in pratica, è uno dei luoghi in cui il principio di
massimizzare la somma dei vantaggi è rifiutato. In generale,
i membri di una famiglia non desiderano avere dei vantaggi,
a meno che ciò non promuova gli interessi dei membri
restanti. Il voler agire secondo il principio di differenza
ha esattamente le stesse conseguenze. Coloro che si trovano
nelle condizioni migliori desiderano
ottenere maggiori benefìci soltanto all'interno di uno
schema in cui ciò va a vantaggio dei meno fortunati ". A
volte, osserva ancora l'autore, si pensa che l'ideale della
fraternità non si addica alla società, in quanto implica
legami affettivi e sentimenti che non è realistico
attendersi dai membri del corpo sociale, ma ciò dimostra
semplicemente che la nostra democrazia è ancora incompleta,
dal momento che dei tre princìpi proclamati nel 1789 la
fraternità è quello più trascurato. Al contrario, Rawls
propone una concezione della società anti-meritocratica e
cooperativa, per cui i membri, se agiscono razionalmente,
non possono che ritenere dannose le ingiustizie. Il
principio di differenza viene da Rawls collegato alla regola
del maximin (abbreviazione di maximum minimorum ), in base
alla quale bisogna migliorare il più possibile la situazione
di coloro che
stanno peggio o, con un'altra formulazione, le ineguaglianze
sono ammesse quando massimizzano, o almeno contribuiscono
generalmente a migliorare, le aspettative di lungo periodo
del gruppo meno fortunato della società . Alla
regola del maximin si attengono, secondo Rawls, gli
individui nella posizione originaria, quando, incerti sulla
propria condizione sociale futura (non sanno se saranno tra
i più o i meno avvantaggiati), scelgono razionalmente la
soluzione più equa dal punto di vista morale. Da
sottolineare, infine, l'enfasi con cui Rawls collega i suoi
princìpi di giustizia agli ideali democratici del 1789: "
possiamo associare alle tradizionali idee di libertà,
fraternità ed eguaglianza l'interpretazione democratica dei
due princìpi di giustizia nel modo che segue: la libertà
corrisponde al primo principio, l'eguaglianza all'idea di
eguaglianza del primo principio unita all'eguaglianza di
equa opportunità, e la fraternità al principio di differenza
". In "Political liberalism" (1993) Rawls ha rielaborato la
sua teoria della giustizia in direzione di un liberalismo
politico attento alla
sfida del pluralismo, cioè impegnato a risolvere il problema
" com'è possibile che esista e duri nel tempo una società
stabile e giusta di cittadini liberi e eguali profondamente
divisi da dottrine religiose, filosofiche e morali
incompatibili, benché ragionevoli? " ("Liberalismo
politico"). In "Una teoria della giustizia" la condivisione
dei princìpi di giustizia era presentata come la
condivisione di una sorta di dottrina morale. In
"Liberalismo politico" si afferma invece che la teoria della
giustizia è una dottrina politica autonoma rispetto a
qualsiasi dottrina religiosa, filosofica e morale (poiché in
caso contrario perderebbe la sua universalità), anche se
cerca, in esse, un consenso supplementare. Infatti, pur
essendo indipendente da ogni dottrina
comprensiva ragionevole (e quindi da ogni concezione
metafisica ed epistemologica), la concezione politica della
giustizia cerca un "consenso per intersezione" ( overlapping
consensus ) da parte delle varie dottrine filosofiche,
morali e religiose ecc. Per queste caratteristiche, il
liberalismo politico appare come la risposta più funzionale
all'esigenza odierna di una società bene ordinata basata sul
pluralismo e sulla giustizia. Nell'ambito di questi
approfondimenti, Rawls ha riformulato i due princìpi di
giustizia nel modo seguente: a) ogni persona ha uguale
titolo a un sistema pienamente adeguato di uguali diritti e
libertà fondamentali; l'attribuzione di questo sistema a una
persona è compatibile con la sua attribuzione a tutti, ed
esso deve garantire l'equo valore delle uguali libertà
politiche, e solo di queste; b) le diseguaglianze sociali ed
economiche devono soddisfare due condizioni: primo, essere
associate a posizioni e cariche aperte a tutti, in
condizioni di equa eguaglianza delle opportunità; secondo,
dare il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati della
società. Questi sviluppi, ammonisce Rawls in una nota, non
eliminano, semmai confermano, la sostanza del suo
liberalismo egualitario: " qualcuno ha
pensato che sviluppando le idee del liberalismo politico io
intendessi rinunciare alla concezione egualitaria della
Teoria.
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